Che cos'è la verità?

Dall'amore della verità di san Tommaso d'Aquino al magistero di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la Chiesa da sempre vede nella passione per la verità una parte importante della sua missione.

Opus Dei - Che cos'è la verità?

“Amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il Magistero della Chiesa ha visto e apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell'orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente, raggiunse «vette che l'intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare” [1].

Queste parole di san Giovanni Paolo II si riferiscono a san Tommaso di Aquino e sono un elogio significativo di un grande santo, ma nello stesso tempo dimostrano quanto valore dia la Chiesa al dono dell’intelligenza.

Secondo san Giovanni Paolo II, che a sua volta si riferisce a san Paolo VI, “ben a ragione si può chiamare l’Aquinate 'l’apostolo della verità'. Proprio perché la cercava senza riserve, ha saputo riconoscere nel suo realismo l‘oggettività della verità. La sua filosofia è autenticamente la filosofia dell’essere e non del semplice apparire” [2].

Parte della missione della Chiesa consiste nell’accendere nell’animo dei cristiani e di tutti gli uomini la passione per la verità

Lodare la finezza filosofica e teologica di un santo significa pure elogiare un determinato atteggiamento di fronte alla verità: l’amore, la passione, la ricerca, l’apertura verso di essa e il saperla riconoscere.

Parte della missione della Chiesa consiste nell’accendere e diffondere nell’animo dei cristiani e di tutti gli uomini la passione e la tensione verso la verità. È stato questo un obiettivo costante del magistero di san Giovanni Paolo II – ne sono chiari esempi le encicliche Fides et ratio o Veritatis splendor - e identico è l’atteggiamento di Benedetto XVI da quando, fin dai primi giorni del suo pontificato, incoraggia tutti a non lasciarsi vincere dalla mentalità relativista, che non è che un modo di rinunciare alla ricerca sulle verità che danno senso alla vita, con il conseguente restringimento dell’orizzonte vitale.

Il relativismo, al quale si riferiva già alcuni anni fa il cardinal Ratzinger come al “problema centrale della fede cristiana"[3] è piuttosto una posizione di fronte alla vita, che facilmente prende piede nella cultura, impregnando le relazioni sociali tra gli uomini. Non è soltanto un sistema filosofico o una struttura dottrinale, bensì uno stile di pensiero in cui si evita di parlare in termini di vero o falso, dal momento che non si riconosce un’esigenza di validità oggettiva sui giudizi circa realtà che trascendono quanto ciascuno può vedere e toccare: Dio, l’anima, e perfino il più intimo traguardo dell’amore.

Il relativismo, che per il cardinal Ratzinger è il “problema centrale della fede cristiana" è una posizione di fronte alla vita

Questo atteggiamento, inoltre, comporta un modo di fare che manifesta una perplessità di fondo di fronte alla realtà: dal momento che non posso conoscere niente in modo certo, neppure posso prendere decisioni che richiedano una donazione indiscussa e definitiva. Tutto può cambiare, tutto è provvisorio.

In fondo, secondo questa posizione, è talmente imperfetto e relativo ciò che possiamo conoscere e affermare sulle realtà divine e su quelle che riguardano il senso della vita e del mondo, che le nostre parole non hanno alcun contenuto di verità.

Con questa prospettiva, qualsiasi tentativo di sfuggire al metodo di calcolo e di controllo delle scienze sperimentali, unica fonte autorizzata del sapere, appare illusorio, o è semplicemente giudicato come un ritorno alla conoscenza prescientifica, o una restaurazione di antiche mitologie.

VERITÀ E LIBERTÀ

Il relativismo cerca di imporre un’impostazione esistenziale: se non posso giungere a nessuna conclusione sicura, per lo meno cerchiamo di stabilire una via – un metodo – che mi permetta di ottenere la maggiore quantità di felicità possibile nel nostro povero mondo; una felicità che, per la stessa dinamica dei fatti – contingenti e limitati – sarà frammentaria e insufficiente.

Logicamente, in questo contesto, la cosa più importante è eludere il problema della verità: qualsiasi opinione ha diritto di cittadinanza nella nostra cultura, purché non abbia pretese di universalità, o voglia dare una spiegazione tendenzialmente completa su Dio e sul mondo

In molte delle nostre società, un’idea debole di ragione si è imposta come base necessaria della democrazia e della coabitazione

Così, le verità religiose rimangono in balìa delle preferenze del momento o del gusto, ridotte a questioni opinabili – per alcuni forse privilegiate, in mezzo al supermercato di credenze e congetture confezionate e distribuite nell’oceano del soprannaturale – e prive di razionalità, proprio perché non si possono convalidare secondo i criteri della scienza sperimentale.

In questo modo, il relativismo diventa la giustificazione vitale, non teorica, per condurre un’esistenza vivibile in un mondo privo di spessore. E quale migliore garanzia, affinché tutti gli uomini possano mantenere una convivenza pacifica, di quella di un mondo senza verità?

In molte delle nostre società, un’idea debole di ragione si è imposta come base necessaria della democrazia e della coabitazione: in una società multiculturale, multietnica e multireligiosa il difendere l’esistenza di verità conduce al conflitto e alla violenza, perché coloro che sono convinti di tali verità vengono sospettati di voler imporre – è fondamentalismo, dicono – ciò che non è altro che pura opinione.

Invece, curiosamente, accade il contrario. La mancanza di sensibilità verso la verità, verso la ricerca di risposte sulla realtà delle cose e sul senso della vita, porta con sé la deformazione, e perfino la corruzione, dell’idea e dell’esperienza della libertà.

Non può stupire che il consolidamento sociale e legale dei modi di vita conformi al relativismo abbia sempre il suo fondamento su di un presunto “diritto di conquista” da parte della libertà.

Certamente, la libertà politica è stata una delle grandi conquiste dell’età moderna. E tuttavia la libertà nell’uomo non è un assoluto; al contrario, è strettamente legata, in primo luogo, alla natura umana.

La libertà non è una potenza senza limiti, ha le sue linee di demarcazione

Se viene svincolata dalla ragione e dalla totalità dell’uomo, in modo da essere concepita come un “poter desiderare tutto” e “mettere in pratica tutto quanto si desidera”, alla fine è chiaro che “il proprio desiderio è l’unica norma delle nostre azioni” [4].

Tutti ci rendiamo conto che non ci muoviamo semplicemente per la voglia. La realtà stessa ci orienta e ci suggerisce modi di agire. Nessuno compra un vasetto di marmellata solo per il disegno sul barattolo; una buona padrona di casa prima chiede, si informa, legge le informazioni sull'etichetta… e poi sceglie.

Per la scelta – l’esempio è banale, ma indicativo – esistono delle ragioni: la percentuale di frutta, la qualità, la provenienza, se si tratta di prodotti “biologica”, se è stato aggiunto o no lo zucchero, ecc. La libertà non è una potenza senza limiti, ha le sue linee di demarcazione: è vincolata al bene integrale dell’uomo, cioè alla sua verità.

Sembra piuttosto che, sotto l’accusa di fondamentalismo che si fa a molti cristiani che vogliono essere coerenti con la propria fede, si nasconda il vero fondamentalismo: quello della debolezza delle convinzioni, molto più pericoloso per il fatto di celarsi sotto la maschera della tolleranza.

Ragionando in modo positivo, bisognerebbe chiarire che questa accusa cerca di mettere insieme due piani: quello delle convinzioni personali circa la verità e quello della sua realizzazione in campo politico.

Essere convinti della verità non implica necessariamente cercare di imporla agli altri.

Essere convinti della verità non implica necessariamente cercare di imporla agli altri. Pertanto, di fronte all’accusa di dispotismo, più o meno implicita, rivolta a chiunque difenda il valore della verità come un bene cui la persona non può rinunciare, bisogna rispondere che il dispotismo non è prodotto dal riconoscimento di verità universali e assolute, bensì dalla mancanza di rispetto della libertà.

La stima delle idee contrarie, e soprattutto delle persone che le enunciano, non nasce dalla debolezza dei propri principi, né dall’essere disposti a mettere in dubbio qualsiasi convinzione; accade piuttosto il contrario: perché possa esistere un autentico atteggiamento di rispetto verso tutti, sono necessarie alcune verità universalmente accettate, “non negoziabili”, a cominciare dal riconoscimento della dignità di ogni essere umano, premessa fondamentale per rispettarne la libertà.

Quanto più fortemente siamo convinti di questa verità – che a noi cristiani sembra così ovvia, in quanto comprendiamo che tutti gli uomini sono figli dello stesso Padre –, più possibile sarà che venga garantito il rispetto per tutti, compresi coloro che non condividono questo principio.

Di fatto, se non si ammette l’universalità dei diritti umani né la validità obiettiva che li sostiene – la dignità di ogni persona –, neppure si potranno esigere per tutti i cittadini, e non si potrà limitare pertanto l’arbitrarietà nell’esercizio del potere, per cui la stessa democrazia rimarrà indifesa di fronte ai suoi stessi abusi.

Il Signore ha proclamato che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio

Il problema del relativismo si trova nell’intimo dell’uomo stesso, che, per quanto possa anelare di godere di un’autonomia senza vincoli né limiti, desidererà sempre conoscere il senso della sua vita, aspirazione che è in stretta corrispondenza con la domanda su Dio e la salvezza.

Il Signore ha proclamato che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio [5]; il naturale desiderio di sapere e la fame della parola divina sono inestinguibili e nessuno potrà farli scomparire dalla vita umana: Così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata [6].

RENDERE AMABILE LA VERITÀ

La verità di per sé è amabile e tuttavia a volte la possiamo difendere in un modo un po’ antipatico. È vero che alcune verità risultano scomode per chi le ascolta e che una vita coerente non è un cammino facile per nessuno; ma ciò non toglie che la verità abbia di per sé una forza di attrazione che non dobbiamo cercare di nascondere.

Per far notare lo splendore della verità conviene, in primo luogo, fare lo sforzo di cercarla, conoscerla e contemplarla, anche con lo studio e con la formazione. Se veramente si ama la verità è più facile comunicarla con dono di lingue, e renderla trasparente con la vita. Parte del servizio alla verità consiste nel farsi carico delle diverse situazioni, per trovare i canali appropriati per trasmetterne la bellezza e invitare gli altri a cercarla. È più facile, a volte, usare un tono negativo piuttosto di conoscere gli interlocutori per cercare il modo migliore di spiegare le cose; ma certamente è molto meno efficace.

Rendere amabile la verità è un compito molto appropriato per noi cristiani, perché sappiamo che amore e verità si identificano

Rendere amabile la verità è un compito molto appropriato per noi cristiani, perché sappiamo che amore e verità si identificano. L’enciclica del Santo Padre è già una risposta alla sfida che egli stesso aveva lanciato nei giorni precedenti alla sua elezione, e in altri scritti anteriori, in cui – come abbiamo detto – aveva indicato il relativismo come “il problema centrale per la fede”.

Se il relativismo è un atteggiamento che rifugge dall’incontro con la verità per timore di perdere la libertà e la felicità, non sarà la carità quella che potrà riconciliare verità, libertà e felicità? “La verità e l’amore sono identici. Questa proposizione – compresa in tutta la sua profondità – è la suprema garanzia della tolleranza; di una relazione con la verità la cui unica arma è essa stessa, e che proprio per questo è l’amore” [7].

Il Santo Padre, nei punti iniziali della sua prima enciclica, pone un interrogativo che descrive la posizione difensiva, che hanno molte persone di fronte alla verità e in questo caso di alcune verità morali affermate dalla Chiesa: “La Chiesa – si chiedono – con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?” [8].

Rendere amabile la verità consiste proprio nel dimostrare che si trova maggiore felicità vivendo nella verità che cercando di eluderla. Quando ti lanci nell’apostolato, convinciti che si tratta sempre di rendere felice, molto felice, la gente: la Verità è inseparabile dall’autentica gioia[9].

Rendere amabile la verità è una buona definizione dell’apostolato, in cui si uniscono amore e verità. Una verità cruda e priva di carità si renderà antipatica e perfino irraggiungibile, perché le verità decisive per l’esistenza “non si ottengono solo per via razionale, ma anche mediante l’abbandono fiducioso in altre persone, che possono garantire la certezza e l’autenticità della verità stessa” [10].

Noi cristiani serviamo la verità soprattutto quando la uniamo e la rivestiamo con la carità di Cristo, con la santità di vita, il che significa, tra altre cose, saper accogliere tutti.

San Josemaría amava la verità e la libertà; perciò insegnava che la verità non si impone, ma si offre: Ti senti depositario del bene e della verità assoluta e, pertanto, ti senti investito di un titolo personale o di un diritto a sradicare il male ad ogni costo? Per questa strada non sistemerai nulla: solo per Amore e con amore!, ricordando che l’Amore ti ha perdonato e ti perdona tanto[11].

L’ambiente in cui si impara ad amare la verità non è un ambiente di opposizione, di vincitori e vinti. L’amicizia, la gioia, l’affetto e l’atteggiamento di servizio convincono, rimuovono, illuminano, preparano lo spirito per sfondare i muri del relativismo che chiudono l’intelligenza alla considerazione della verità. “La miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore”[12]. L’ambeinte che restituisce la fiducia di trovare la verità e che prepara a riceverla e ad amarla, è quello della coerenza di vita.

Anche tra persone che non hanno conosciuto Cristo non sono mancati testimoni appassionati e coerenti della verità. Pensiamo alle testimonianze che ci sono giunte da Socrate, uno dei grandi ricercatori della verità, e che san Giovanni Paolo II cita nell’enciclica Fides et ratio: le sue parole, ma soprattutto la sua posizione di coerenza fino alla morte, hanno segnato il pensiero filosofico da più di duemila anni[13].

Molto più a ragione i cristiani possono testimoniare la Verità non solo con l’intelligenza, coltivata con la lettura, lo studio e la riflessione; ma anche attraverso le virtù che riflettono Cristo, verità fatta vita.

L’ambiente sociale (…) ha bisogno di un nuovo modo di vivere e di propagare la verità eterna del Vangelo: nelle stesse viscere della società, del mondo, i figli di Dio devono brillare per le loro virtù come lanterne nell’oscurità –quasi lucernae lucentes in caliginoso loco[14].

Cristo ci ha insegnato la verità su Dio morendo sulla Croce. I santi hanno reso credibile che Dio è amore, donando la vita per amore di Dio e degli altri. La Chiesa non cessa di impegnarsi per illuminare il mondo e allontanarlo dalle tenebre di una vita senza verità e senza senso.

Articolo originale pubblicato per la prima volta nel 2006


[1] San Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 44.

[2] Ibidem. Cfr. san Paolo VI, Lett. Apost. Lumen Ecclesiae, 20-XI-1974, 8.

[3] Cfr. J. Ratzinger, Fede, verità e tolleranza, Siena 2003.

[4] J. Ratzinger, Fede, verità e tolleranza, Siena 2003.

[5] Mt 4, 4.

[6] Is 55, 11.

[7] J. Ratzinger, Fede, verità e tolleranza, Siena 2003.

[8] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 3.

[9] Solco, n. 185.

[10] San Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio, n. 33.

[11] Solco, n. 824.

[12] Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, n. 31.

[13] Cfr. San Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio, n. 26.

[14] Solco, n. 318.