Lettera del prelato (1 novembre 2019)

Lettera pastorale di mons. Fernando Ocáriz sull'amicizia. "Senza trascurare le attività che abbiamo tra le mani, dobbiamo imparare a prenderci sempre cura dei nostri amici".

Lettere pastorali e messaggi
Opus Dei - Lettera del prelato (1 novembre 2019)

Carissimi, Gesù mi protegga le mie figlie e i miei figli!

1. Nella prima lettera lunga che vi ho scritto, riassumendo le conclusioni del Congresso Generale, vi dicevo che «le attuali circostanze della evangelizzazione rendono ancora più necessario, se possibile, dare priorità al rapporto personale, a questo aspetto relazionale che è al centro del modo di fare apostolato che san Josemaría trovò nei racconti evangelici»[1].

Negli incontri che ho avuto con persone di vari paesi spesso sono sorte spontaneamente considerazioni e domande sull’amicizia. San Josemaría ci ricordava continuamente il valore umano e cristiano di questa realtà. Inoltre, vi sono molte testimonianze su come coltivò personalmente un gran numero di amicizie, che mantenne per tutta la vita. Come sappiamo bene, ci ribadiva che nell’Opera il principale apostolato è quello di amicizia e di confidenza. In questa lettera vorrei ricordare alcuni aspetti dell’insegnamento di nostro Padre su questo tema.

L’amicizia di Cristo

2. Gesù Cristo, perfetto uomo, visse pienamente il valore umano dell’amicizia. Nel Vangelo vediamo che, sin da molto giovane, coltivava un rapporto amichevole con le persone che gli stavano accanto: già a dodici anni, di ritorno da Gerusalemme, Maria e Giuseppe diedero per scontato che Gesù viaggiasse con un gruppo di amici o di parenti (cfr. Lc 2, 44). In seguito, durante la vita pubblica, in tanti momenti vediamo nostro Signore a casa di amici e conoscenti, per una visita o per condividere la tavola: in casa di Pietro (cfr. Lc 4, 38), di Levi (cfr. Lc 5, 29), di Simone (cfr. Lc 7, 36), di Giairo (cfr. Lc 8, 41), di Zaccheo (cfr. Lc 19, 5), ecc. Lo vediamo anche partecipare a una festa di nozze a Cana (cfr. Gv 2, 1) e recarsi nei luoghi di culto insieme agli altri (cfr. Gv 8, 2). Altre volte, dedica il suo tempo esclusivamente ai discepoli (cfr. Mc 3, 7).

Gesù si serve di qualunque occasione per stringere amicizia: lo vediamo spesso soffermarsi con chiunque. Bastarono pochi minuti di conversazione perché la samaritana si sentisse conosciuta e compresa. Proprio per questo domandò: Che sia forse il Messia? (Gv 4, 29). I discepoli di Emmaus, dopo aver camminato con Gesù ed essersi seduti a tavola con lui, riconobbero la presenza di quell’Amico che faceva ardere i loro cuori con la sua parola (cfr. Lc 24, 32).

Spesso il Signore dedica più tempo ai suoi amici. È il caso dei fratelli di Betania. Lì, nelle lunghe giornate di intimità, «Gesù sa essere affettuoso, sa dire la parola che incoraggia, sa ripagare l’amicizia con l’amicizia: che conversazioni nella casa di Betania, con Lazzaro, con Marta, con Maria!»[2]. In quella casa impariamo anche che l’amicizia di Cristo genera una profonda fiducia (cfr. Gv 11, 21) e che è piena di empatia; in particolare della capacità di non lasciare soli gli altri nella sofferenza (cfr. Gv 11, 35).

Ma è durante l’ultima Cena che il Signore mostra nel modo più profondo il desiderio di offrirci la sua amicizia. Nell’intimità del Cenacolo, Gesù dice agli apostoli: Vi ho chiamati amici (Gv 15, 15). In loro, lo ha detto a tutti noi. Dio ci ama non soltanto come creature, ma anche come figli ai quali, in Cristo, offre una vera amicizia. Noi ricambiamo questa amicizia unendo la nostra volontà alla sua, facendo ciò che il Signore vuole (cfr. Gv 15, 14).

«Idem velle atque idem nolle» — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso . Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia (cfr Sal 73 [72], 23-28)»[3].

3. Sapere di essere per davvero amici di Gesù ci riempie di sicurezza, perché Egli è fedele. «L’amicizia con Gesù è indissolubile. Egli non ci abbandona mai, anche se a volte sembra stare in silenzio. Quando abbiamo bisogno di Lui, si lascia trovare da noi (cfr. Ger 29, 14) e sta al nostro fianco dovunque andiamo (cfr. Gs 1, 9). Perché Egli non rompe mai un’alleanza. A noi chiede di non abbandonarlo: Rimanete in me e io in voi (Gv 15, 4). Ma se ci allontaniamo, Egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2 Tm 2, 13)»[4].

Ricambiare questa amicizia di Gesù vuol dire amarlo, con un amore che è l’anima della vita cristiana e che tende a manifestarsi in tutto quello che facciamo. «Abbiamo bisogno di una ricca vita interiore, segno certo di amicizia con Dio e condizione imprescindibile per qualunque lavoro di anime»[5]. Ogni apostolato, ogni lavoro a favore delle anime, nasce da questa amicizia con Dio, che è la sorgente dell’autentico amore cristiano verso gli altri. «Se vivete in amicizia con Dio – la prima cosa che dobbiamo coltivare e accrescere –, riuscirete ad avere numerosi autentici amici (cfr. Sir 6, 17). Il lavoro che il Signore ha fatto e fa continuamente con noi, per mantenerci nella sua amicizia, è lo stesso lavoro che vuol fare con molte altre anime, servendosi di noi come strumento»[6].

Il valore umano e cristiano dell’amicizia

4. L’amicizia è una realtà umana di grande ricchezza: una forma di amore reciproco tra due persone, che si edifica sulla reciproca conoscenza e sulla comunicazione[7]. È una tipologia di amore che si stabilisce «in due direzioni e che vuole ogni bene per l’altra persona, un amore che produce unione e felicità»[8]. Ecco perché la Sacra Scrittura afferma che per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore (Sir 6, 15).

La carità innalza soprannaturalmente la capacità umana di amare, e pertanto anche l’amicizia: «L’amicizia è uno dei sentimenti umani più nobili ed elevati che la grazia divina purifica e trasfigura»[9]. A volte questo sentimento può nascere spontaneamente, ma in ogni caso ha bisogno di crescere mediante una relazione e la conseguente dedicazione di tempo. «L’amicizia non è una relazione fugace e passeggera, ma stabile, salda, fedele, che matura col passare del tempo. È un rapporto di affetto che ci fa sentire uniti, e nello stesso tempo è un amore generoso che ci porta a cercare il bene dell’amico»[10].

5. Spesso Dio si serve di un’amicizia autentica per compiere la sua opera di salvezza. Nell’Antico Testamento si parla dell’amicizia tra Davide, ancora giovane, e Gionata, il principe ereditario d’Israele. Questi non ebbe remore nel condividere con l’amico tutto quel che aveva (cfr. 1 Sam 18, 4) e, in momenti difficili, ricordò a suo padre, Saul, tutte le cose buone del giovane Davide (cfr. 1 Sam 19, 4). Gionata arrivò anche a mettere a repentaglio il suo diritto di successione al trono per difendere l’amico, perché lo amava come se stesso (1 Sam 20, 17). La sincera amicizia spingeva entrambi a rimanere fedeli a Dio (cfr. 1 Sam 20, 8.42).

Particolarmente eloquente è l’esempio dei primi cristiani. Nostro Padre faceva notare come «si amavano fra di loro, dolcemente e con fortezza, a partire dal cuore di Cristo»[11]. Fin dai primi tempi della Chiesa l’amore reciproco è il segno distintivo dei discepoli di Gesù (cfr. Gv 13, 35).

Un altro esempio dei primi secoli del cristianesimo lo troviamo in san Basilio e san Gregorio Nazianzeno. L’amicizia che strinsero in gioventù li unì per tutta la vita e ancor oggi condividono la festa nel calendario liturgico generale. San Gregorio racconta che «l’occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù e vivere tesi alle future speranze»[12]. La loro amicizia non soltanto non li distraeva da Dio, ma li avvicinava di più a Lui: «Indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all’amore della virtù»[13].

6. «In un cristiano, in un figlio di Dio, amicizia e carità formano una cosa sola: luce divina che dà calore»[14]. Si può anche dire, con una frase di sant’Agostino rivolta al Signore, che tra cristiani «non c’è vera amicizia, se non quando l’annodi tu fra persone a te strette col vincolo dell’amore»[15]. D’altra parte, dato che la carità può essere più o meno intensa e, inoltre, il tempo a disposizione è limitato, l’amicizia è anche una realtà che può essere più o meno profonda. Così, è normale dire che si è molto amici o parlare di una grande amicizia, anche se ciò non esclude l’esistenza di vere amicizie non altrettanto grandi o altrettanto intime.

All’inizio del nuovo millennio san Giovanni Paolo II sottolineava che tutte le iniziative apostoliche che sarebbero nate in futuro sarebbero state “apparati senz’anima” se non si fossero incentrate sull’amore sincero per tutti: «condividere le loro gioie e le loro sofferenze, per intuire i loro desideri e prendersi cura dei loro bisogni, per offrire loro una vera e profonda amicizia»[16]. Le nostre case, destinate a servire a una grande catechesi, debbono essere luoghi nei quali molte persone trovino un amore sincero e imparino la vera amicizia.

7. L’amicizia cristiana non esclude nessuno, deve essere intenzionalmente aperta a ogni persona, con un cuore grande. I farisei criticarono Gesù, come se essere amico di pubblicani e peccatori (Mt 11, 19) fosse una brutta cosa. Nemmeno noi, cercando, nella nostra pochezza, di imitare il Signore, «escludiamo qualcuno, teniamo lontana qualche anima dal nostro amore in Cristo. Perciò dovrete coltivare un’amicizia salda, leale, sincera – vale a dire, cristiana – con tutti i vostri colleghi di lavoro; e non solo, ma con tutti gli uomini, indipendentemente dalle loro situazioni personali»[17].

Cristo era pienamente inserito nel tessuto sociale del suo paese e del suo tempo, e anche in questo ci è di esempio. Come scrisse san Josemaría: «Il Signore non limita il suo dialogo a un piccolo gruppo ristretto; parla con tutti. Con le sante donne, con folle intere, con i rappresentanti delle classi alte di Israele come Nicodemo e con pubblicani come Zaccheo; con persone reputate devote e con peccatori come la samaritana; con malati e con sani; con i poveri, che amava di tutto cuore; con dottori della legge e con pagani, di cui lodava la fede superiore a quella di Israele; con anziani e con bambini. A nessuno Gesù nega la sua parola, ed è una parola che sana, che consola, che illumina. Quante volte ho meditato e ho fatto meditare questa modalità dell’apostolato di Cristo, umano e divino nello stesso tempo, basato sull’amicizia e sulla confidenza!»[18].

Le manifestazioni dell’amicizia

8. L’amicizia è particolarmente preziosa per esercitare quella necessaria manifestazione della carità che è la comprensione. «La vera amicizia comporta anche uno sforzo cordiale per comprendere le convinzioni dei nostri amici, anche se non riusciamo a condividerle, né ad accettarle»[19]. In tal modo i nostri amici ci aiutano a comprendere dei punti di vista sulla vita che differiscono dai nostri, arricchiscono il nostro mondo interiore e, quando l’amicizia è profonda, ci permettono di considerare le cose in un modo diverso dal nostro. Si tratta, insomma, di un autentico sentire con gli altri, ovvero, di condividere ciò di cui vivono, ciò che accade loro.

Amare gli altri significa riconoscerli e appoggiarli così come sono, con i loro problemi, i loro difetti, la loro storia personale, il loro ambiente e i loro tempi per avvicinarsi a Cristo. Dunque, per dare vita a una vera amicizia, è necessario migliorare la capacità di guardare con affetto le altre persone fino a vederle con gli occhi di Cristo. Abbiamo bisogno di eliminare dal nostro sguardo qualunque pregiudizio, di imparare a scoprire ciò che di buono c’è in ogni persona e di rinunciare al desiderio di trasformarla a nostra immagine. Perché un amico riceva il nostro affetto non deve sottostare a certe condizioni. Come cristiani, consideriamo ogni persona, anzitutto, come una creatura amata da Dio. Ogni persona è unica ed egualmente unica è ogni relazione di amicizia.

Sant’Agostino faceva notare che «il fatto che con tutti si debba avere la medesima carità, non vuol dire che sia necessario usare con tutti il medesimo rimedio. Parimenti la carità stessa fa nascere alla vita gli uni, con gli altri si fa debole; [...] con gli uni è acquiescente, con gli altri severa; a nessuno nemica, di tutti madre»[20]. Essere amici significa imparare a trattare ogni persona come fa il Signore: «Nel creare le anime Dio non si ripete. Ognuno è come è, e bisogna trattare ognuno per come Dio lo ha fatto e per come Dio lo conduce»[21]. Poiché si tratta di scoprire e volere il bene dell’altro, l’amicizia comporta anche di soffrire con gli amici e per gli amici. Nei momenti di difficoltà è di grande aiuto rinnovare la fede nel fatto che Dio agisce nell’anima delle persone alla sua maniera e con il suo ritmo.

9. Inoltre l’amicizia ha un inestimabile valore sociale, perché contribuisce all’armonia tra i membri delle famiglie e alla creazione di ambiti sociali più degni della persona umana. «Per vocazione divina – ci scrive nostro Padre – voi vivete nel mondo, condividendo con gli altri uomini – uguali a voi – gioie e tristezze, fatiche ed entusiasmi, slanci e avventure. Percorrendo tutte le innumerevoli strade della terra vi sarete sforzati, perché a questo ci spinge il nostro spirito, di convivere con tutti, di stare con tutti, di contribuire a creare un ambiente di pace e di amicizia»[22].

Questo clima di amicizia, che ognuno è chiamato a portare con sé, è frutto della somma di tanti sforzi per rendere la vita gradevole agli altri. È importante crescere in affabilità, gioia, pazienza, ottimismo, delicatezza e in tutte le virtù che rendono amabile la convivenza, perché così le persone possano sentirsi ben accolte ed essere felici: Una bocca amabile moltiplica gli amici, un linguaggio gentile attira i saluti (Sir 6, 5). La lotta per migliorare il proprio carattere è condizione necessaria perché nascano più facilmente rapporti di amicizia.

Viceversa, certe maniere di esprimersi possono turbare o rendere difficile la creazione di un ambiente di amicizia. Per esempio, essere troppo categorico nell’esprimere la propria opinione, dare l’impressione che le proprie soluzioni siano quelle definitive o non interessarsi attivamente di ciò che dicono gli altri, sono modi di agire che favoriscono la chiusura in se stessi. A volte questi comportamenti rivelano l’incapacità di distinguere l’opinabile da ciò che non lo è, oppure la difficoltà di relativizzare temi le cui soluzioni non sono necessariamente univoche.

10. La preoccupazione cristiana per gli altri nasce proprio dalla nostra unione con Cristo e dalla nostra identificazione con la missione alla quale Egli ci ha chiamati: «Siamo fatti per la folla: non siamo mai chiusi in noi stessi, viviamo per la folla e custodiamo nell’anima quelle parole di Gesù Cristo nostro Signore: Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare (Mc 8, 2)»[23].

Rafforzare i vincoli con gli amici richiede tempo, dedizione, e spesso comporta rinunciare alla comodità o prescindere dalle proprie preferenze. Per un cristiano, vuol dire prima di tutto preghiera, con la certezza che lì si trova l’autentica energia capace di trasformare il mondo. «Affinché questo nostro mondo proceda in un alveo cristiano – l’unico che valga la pena –, dobbiamo vivere un’amicizia leale verso gli uomini, basata previamente su un’amicizia leale verso Dio»[24].

Sincerità e amicizia

11. «Il vero amico non può mostrare all’amico due facce; l’amicizia, se vuol essere leale e sincera – vir duplex animo, inconstans est in omnibus viis suis (Gc 1, 8); l’uomo falso, doppio, è instabile in tutte le sue azioni –, comporta rinunce, onestà, interscambio di favori, di servizi onesti e leciti. L’amico è forte e sincero nella misura in cui, d’accordo con la prudenza soprannaturale, pensa con generosità agli altri, con sacrificio personale»[25]. L’amicizia è reciproca: è una comunicazione sincera, nelle due direzioni; si trasmette la propria esperienza per imparare gli uni dagli altri.

Gli amici condividono le gioie, come il pastore che ha trovato la pecora perduta (cfr. Lc 15, 6) e come la donna che ha ritrovato la dramma che aveva smarrita (cfr. Lc 15, 9). Inoltre si condividono le aspirazioni e i progetti, e anche le sofferenze. L’amicizia si manifesta soprattutto nella propensione ad aiutare, come vediamo nell’uomo che si rivolse a Gesù per chiedergli la guarigione di un servo del centurione di cui era amico (cfr. Lc 7, 6). Ma soprattutto, l’amicizia più grande tende a imitare la grandezza dell’amore di amicizia di Cristo: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13).

12. Talvolta può succedere che, per un certo riserbo o per timidezza, uno non riesca a dimostrare agli altri tutto l’affetto che vorrebbe. Superare questo ostacolo, perdere la paura, può essere una grande opportunità perché Dio riversi il suo amore sugli amici: «La vera amicizia comporta un sincero affetto mutuo, che è la vera protezione della libertà e dell’intimità reciproche»[26]. In questo senso san Tommaso afferma che l’amicizia autentica deve manifestarsi esteriormente: richiede «l’amore scambievole, poiché un amico è amico per l’amico»[27].

Al tempo stesso, offrire la nostra amicizia in maniera autentica presuppone la capacità di rischiare, perché c’è la possibilità di non essere corrisposti. Nella vita del Signore questa esperienza si verifica quando il giovane ricco preferisce prendere un’altra strada (cfr. Mc 10, 22) o quando Gesù, mentre scende dal monte degli Ulivi, piange su Gerusalemme pensando a coloro che hanno il cuore indurito (cfr. Lc 19, 41). Davanti a queste esperienze, che prima o poi si presentano, bisogna superare il timore di tornare a rischiare, come del resto fa anche Gesù con ciascuno di noi. In altre parole, è necessario accettare la vulnerabilità, fare sempre il primo passo senza aspettarsi nulla in cambio, guardando invece al grande bene che ne potrà nascere: una amicizia autentica.

13. Per costruire un ambiente propizio a far crescere amicizie feconde, occorre anche favorire la spontaneità, oltre a promuovere l’iniziativa di ciascuno nella vita familiare e sociale. Queste due caratteristiche – spontaneità e iniziativa – non nascono per inerzia in qualsiasi ambiente. Occorre, invece, stimolarle, convincere le persone a mostrarsi così come sono. Questo dà luogo, logicamente, a un pluralismo che «deve essere amato e favorito, anche se a volte, forse, la diversità a qualcuno può risultare costosa. Chi ama la libertà riesce a vedere quel che c'è di positivo e di amabile in ciò che gli altri pensano»[28]. Apprezzare chi è diverso o pensa in modo diverso è un comportamento che denota libertà interiore e apertura di vedute: due aspetti di un’amicizia autentica.

D’altra parte, l’amicizia come l’amore, di cui è una espressione, non è una realtà univoca. Non con ogni amico si stabilisce un’uguale comunicazione della propria intimità. Per esempio, non sono identiche l’amicizia tra gli sposi, l’amicizia tra genitori e figli, così vivamente consigliata da san Josemaría, l’amicizia tra fratelli o l’amicizia tra colleghi. In tutte ci sarà uno spazio interiore condiviso che è proprio di ogni relazione. Rispettare tale diversità nella manifestazione della intimità non è mancanza di sincerità o di profondità nell’amicizia, ma tutto il contrario: generalmente è la condizione per salvaguardare la vera natura della relazione.

Amicizia e fraternità

14. Il beato Álvaro del Portillo ha scritto che «filiazione e amicizia sono due realtà inseparabili per chi ama Dio»[29]. Analogamente, c’è un intimo rapporto tra fraternità e amicizia. La fraternità, da semplice relazione fondata sulla comune filiazione, diventa amicizia in virtù dell’affetto tra fratelli, con ciò che comporta di reciproca sollecitudine, di comprensione, di comunicazione, di servizio attento e delicato, di aiuto materiale.

Pertanto, anche la fraternità che nasce dalla comune vocazione all’Opera tende a esprimersi in una amicizia che raggiunge la maturità quando il bene che si desidera per l’altro è la sua felicità, la sua fedeltà e la sua santità. Al tempo stesso, questa amicizia non è “particolare” nel senso di esclusiva o escludente, ma è sempre aperta agli altri, anche quando i limiti di spazio e di tempo non permettono una uguale intensità di comunicazione e di relazione con tutti.

«Con una carità squisita, che è caratteristica dell’Opera di Dio, ci aiutiamo gli uni gli altri a vivere e a desiderare la propria santità e la santità degli altri; e ci sentiamo forti, con la fortezza delle carte da gioco che da sé non si possono sostenere ma, appoggiandosi l’una all’altra, formano castelli che rimangono in piedi»[30]. Così l’amore che ci unisce tra noi è lo stesso amore che mantiene l’Opera unita.

15. L’amicizia è un sostegno e uno stimolo continuo per la missione condivisa. Con i nostri fratelli condividiamo anche le nostre gioie e i nostri progetti, le nostre preoccupazioni e le nostre speranze, anche se, naturalmente, vi sono alcuni aspetti della propria vita di relazione con Dio che, almeno di solito, si riservano per la direzione spirituale. Lo stesso succede nell’amicizia tra i coniugi, tra i genitori e i figli e, in genere, tra i buoni amici.

Lo sforzo per rendere la vita gradevole agli altri è un impegno piacevole, che fa parte della vita quotidiana. In questo campo, se si agisce con buon senso e con senso soprannaturale, difficilmente si verificheranno eccessi. Al contrario, è un componente fondamentale del cammino verso la santità. «Non ho difficoltà a ripeterlo tanto. Tutte le persone hanno bisogno di affetto e ne abbiamo bisogno anche nell’Opera. Sforzatevi affinché, senza sentimentalismi, aumenti sempre l’affetto verso i vostri fratelli. Ogni cosa di un altro mio figlio deve essere, ma per davvero, molto nostra»[31]. È l’affetto che ricordano in modo particolare coloro che vissero accanto a nostro Padre. Un affetto che lo portava a procurare il meglio per ogni sua figlia e ogni suo figlio e che, nello stesso tempo, lo spingeva ad amare profondamente la loro libertà.

16. L’affetto tra fratelli, che è carità, induce, da una parte, a vedere gli altri con gli occhi di Cristo, scoprendo sempre di nuovo il loro valore. Dall’altra, spinge a volerli migliori, più santi. San Josemaría ci esortava: «Abbiate sempre un cuore molto grande, per amare Dio e per amare gli altri. Io chiedo spesso al Signore di darmi un cuore a misura sua; in primo luogo, per riempirmi di più di Lui e poi per amare tutte le creature, senza mai mormorare, sapendo comprendere e scusare i difetti degli altri, perché non posso dimenticare quanto Dio ha sopportato me. La comprensione, che è autentico affetto, si manifesta anche nella correzione fraterna, quando è necessaria, perché è un mezzo assolutamente soprannaturale per aiutare coloro che ci stanno accanto»[32]. La correzione fraterna nasce dall’affetto; dimostra che vogliamo che gli altri siano sempre più felici. A volte può costare farla e anche per questo la riceviamo con riconoscenza.

17. La felicità non dipende dai successi che otteniamo, ma dall’amore che riceviamo e dall’amore che diamo. L’amore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle ci dà la sicurezza di cui abbiamo bisogno per continuare «a combattere una bellissima guerra di amore e di pace: in hoc pulcherrimo caritatis bello! Facciamo in modo di portare a tutti gli uomini la carità di Cristo, senza distinzione di lingua, di nazionalità, di situazioni sociali»[33]. Sappiamo quanto piaceva a nostro Padre questa frase della Scrittura: Frater qui adiuvatur a fratre quasi civitas firma (Vg. Pro 18, 19); il fratello che è aiutato dal fratello è come una città murata.

Nelle ultime tertulie che condivise con noi, don Javier ci ripeteva spesso: «Vogliatevi bene!». Era un invito che, come sempre, faceva riecheggiare le intenzioni di nostro Padre: «Con quanta insistenza l’Apostolo san Giovanni predicava il “mandatum novum”! – “Amatevi gli uni gli altri!”. Mi metterei in ginocchio, senza far scena – me lo grida il cuore –, per chiedervi per amor di Dio di volervi bene, di aiutarvi, di darvi la mano, di sapervi perdonare. Pertanto, respingete la superbia, siate compassionevoli, abbiate carità; prestatevi mutuamente l’aiuto della preghiera e dell’amicizia sincera»[34].

L’apostolato di amicizia e di confidenza

18. Fin dai primi anni dell’Opus Dei, san Josemaría ha insegnato il modo concreto con il quale Dio ci invita ad annunciare il Vangelo in mezzo al mondo: «Dovete avvicinare le anime a Dio con la parola conveniente, che risveglia prospettive di apostolato: con il consiglio discreto, che aiuta a inquadrare cristianamente un problema; con la conversazione amabile, che insegna a vivere la carità: mediante un apostolato che qualche volta ho chiamato di amicizia e di confidenza»[35].

La vera amicizia, come la carità, che ne innalza la dimensione umana al piano soprannaturale, è in se stessa un valore: non è un mezzo o uno strumento per procacciare vantaggi nella vita sociale, anche se potrebbe ottenerne (come del resto può comportare svantaggi). Nostro Padre, mentre ci invita a coltivare l’amicizia con molte persone, ci avverte: «Agirete così, figlie e figli miei, non certo per strumentalizzare l’amicizia come tattica di penetrazione sociale, il che farebbe perdere all’amicizia il suo valore intrinseco; bensì in quanto si tratta della prima e più immediata esigenza della fraternità umana, che noi cristiani dobbiamo promuovere tra gli uomini, per quanto diversi fra loro»[36].

L’amicizia ha un valore intrinseco, perché denota una preoccupazione sincera per l’altro. Così, «l’amicizia stessa è apostolato; l’amicizia stessa è un dialogo, nel quale diamo e riceviamo luce; nel quale nascono progetti, in una reciproca trasmissione di nuove prospettive; nel quale ci rallegriamo di ciò che è buono e ci sosteniamo nelle difficoltà; nel quale ce la godiamo, perché Dio ci vuole contenti»[37].

Quando un’amicizia è così, leale e sincera, non può essere strumentalizzata: semplicemente, un amico desidera trasmettere all’altro il bene che sperimenta nella propria vita. Di solito lo faremo senza rendercene conto, con l’esempio, la gioia e un desiderio di servire che si esprime in mille piccoli gesti. Tuttavia, «il valore della testimonianza non significa che la parola debba essere messa a tacere. Perché non parlare di Gesù, perché non raccontare agli altri che Lui ci dà la forza di vivere, che è bello conversare con Lui, che ci fa bene meditare le sue parole?»[38]. L’amicizia sfocia così, naturalmente, nella confidenza, piena di delicatezza e di rispetto per la libertà, conseguenza proprio dell’autenticità dell’amicizia.

19. Naturalmente il rapporto di amicizia invita a condividere molti momenti: conversare passeggiando o attorno a una tavola, praticare uno sport, godere di un comune interesse culturale, fare una gita. Riassumendo, l’amicizia richiede tempo da dedicare all’incontro e alla confidenza; senza confidenza non c’è amicizia. «Quando ti parlo di “apostolato di amicizia”, intendo l’amicizia “personale”, abnegata, sincera: a tu per tu, da cuore a cuore»[39]. Quando un’amicizia è autentica, quando la preoccupazione per l’altra persona è sincera e riempie la nostra orazione, non esistono tempi condivisi che non siano apostolici: tutto è amicizia e tutto è apostolato, indistintamente.

«Ecco il perché dell’enorme importanza, non soltanto umana ma divina, dell’amicizia. Ve lo ripeto ancora una volta, come sto facendo dall’inizio della nostra Opera: siate amici dei vostri amici, amici sinceri, e farete così un apostolato e un dialogo fecondi»[40]. Non vuol dire avere degli amici per fare apostolato, ma che l’amore di Dio impregni le nostre relazioni di amicizia in modo che siano un autentico apostolato.

20. La nascita di un’amicizia è molto simile a un dono inaspettato, e perciò richiede anche pazienza. A volte certe brutte esperienze o certi pregiudizi possono far sì che la relazione personale con qualcuno che ci è vicino abbia bisogno di tempo per diventare amicizia. Ancora, possono essere di ostacolo il timore, i rispetti umani o una certa prevenzione. È bene cercare di mettersi nei panni degli altri e avere pazienza. Dobbiamo essere come Gesù, che «è disposto a parlare con tutti, anche con chi, come Pilato, non vuole riconoscere la verità»[41].

21. Vi sono molti modi corretti di evangelizzare; nell’Opera, l’apostolato principale è sempre quello dell’amicizia. Ce lo ha insegnato nostro Padre: «Si può ben dire, figli della mia anima, che il maggior frutto dell’attività dell’Opus Dei è quello che ottengono i suoi membri personalmente, con l’apostolato dell’esempio e dell’amicizia leale con i loro colleghi di professione: all’università, in fabbrica, in ufficio, in una miniera o nelle campagne»[42]. Senza trascurare le attività che abbiamo tra le mani, dobbiamo imparare a prenderci sempre cura dei nostri amici. Spesso, inoltre, il nostro rapporto di amicizia troverà il suo complemento nell’apostolato collettivo che si fa nei nostri centri e nelle nostre attività apostoliche: «L’amicizia, la relazione con uno di voi, si sviluppa in seguito, da una parte, con l’affetto, la simpatia e l’assiduità con la quale la persona si reca presso la casa dell’Opus Dei che ha cominciato a frequentare e che ha imparato a considerare come casa sua; a tutto ciò, evidentemente, si aggiunge l’amicizia con quelli che vi conosce e vi incontra»[43].

22. In questo apostolato di amicizia deve trovare posto anche l’apostolato ad fidem con persone che non condividono la nostra fede: «Figlie e figli miei: fede, fede robusta, fede viva, fede che agisca nella carità, veritatem facientes in caritate (cfr. Ef 4, 15). Mantenete questo spirito nei rapporti con i fratelli separati e con i non cristiani. Con tutti amore, con tutti carità, con tutti amicizia. Nessuno di coloro che hanno frequentato le nostre opere corporative è stato mai molestato per le sue convinzioni religiose; a nessuno si parla della nostra fede se lui non vuole»[44].

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23. In queste pagine vi ho voluto ricordare come tutti abbiamo bisogno dell’amicizia, il dono di Dio che ci trasmette conforto e gioia. «Dio ha fatto l’uomo in maniera tale che non può evitare di condividere con altri i sentimenti del proprio cuore: se ha ricevuto una notizia lieta, nota in sé una forza che lo spinge a cantare e a sorridere, a far sì, come può, che altri partecipino alla sua felicità. Se è il dolore a invadere la sua anima, aspira anche ad avere attorno a sé un clima di silenzio, che gli confermi la comprensione e il rispetto degli altri. L’uomo ha bisogno, abbiamo bisogno tutti, figlie e figli miei, di appoggiarci gli uni agli altri, per percorrere così il cammino della vita, realizzare le nostre aspirazioni, superare le difficoltà, godere del prodotto delle nostre fatiche. Ecco, dunque, l’enorme importanza, non soltanto umana ma divina, che ha l’amicizia»[45].

I primi giovani che, negli anni trenta, si avvicinarono all’Opera trovarono intorno a nostro Padre un autentico clima di amicizia. Fu la prima cosa che li attrasse e li mantenne uniti in momenti molto difficili. L’amicizia moltiplica le gioie e consola nelle pene; l’amicizia del cristiano desidera la felicità più grande per coloro che ha accanto: la relazione con Cristo. Chiediamo, come faceva san Josemaría: «Dacci, Gesù, un cuore a misura del tuo!»[46]. Questa è la via. Soltanto se ci identifichiamo con i sentimenti di Cristo – abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù (Fil 2, 5) – potremo portare, grazie alla nostra amicizia, questa gioia piena nella nostra casa, nel nostro lavoro e ovunque stiamo.

Con tanto affetto vi benedice

vostro Padre


Roma, 1 novembre 2019, Solennità di Tutti i Santi


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(Pro manuscripto)


[1] Lettera pastorale, 14-II-2017, n. 9.

[2] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 10.

[3] Benedetto XVI, Enc. Deus Caritas est, 25-XII-2005, n. 17.

[4] Francesco, Es. ap. Christus vivit, 25-III-2019, n. 154.

[5] San Josemaría, Lettera 31-V-1943, n. 8.

[6] San Josemaría, Lettera 11-III-1940, n. 70.

[7] Cfr. San Tommaso, Summa Th., II-II, q. 23, a.1, c.

[8] San Giovanni Paolo II, Discorso, 18-II-1981.

[9] Benedetto XVI, Udienza Generale, 15-IX-2010.

[10] Francesco, Es. ap. Christus vivit, n. 152.

[11] San Josemaría, Amici di Dio, n. 225.

[12] San Gregorio Nazianzeno, Sermo XLIII.

[13] Ibid.

[14] San Josemaría, Forgia, n. 565.

[15] Sant’Agostino, Le Confessioni, 4, 4.

[16] San Giovanni Paolo II, Lettera ap. Novo Millennio ineunte, 6-I-2001, n. 43.

[17] San Josemaría, Lettera 9-I-1951, n. 30.

[18] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 10.

[19] Solco, n. 746. Cfr. Cammino, n. 463.

[20] Sant’Agostino, La catechesi ai principianti, 15, 23.

[21] San Josemaría, Lettera 8-VIII-1956, n. 38.

[22] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 2.

[23] San Josemaría, Lettera 31-V-1954, n. 23

[24] San Josemaría, Forgia, n. 943

[25] San Josemaría, Lettera 11-III-1940, n. 71.

[26] Lettera pastorale, 9-I-2018, n. 14.

[27] San Tommaso, Summa Th., II-II, q. 23, a. 1, c.

[28] Lettera pastorale, 9-I-2018, n. 13.

[29] Beato Álvaro, «Presentazione», in Amici di Dio.

[30] San Josemaría, Lettera 29-IX-1957, n. 76.

[31] Parole di San Josemaría citate dal beato Álvaro in Cartas de familia, I, n. 115.

[32] San Josemaría, Note di una riunione famigliare, X-1972.

[33] San Josemaría, Note di una meditazione, 29-II-1964.

[34] San Josemaría, Forgia, n. 454.

[35] San Josemaría, Lettera 24-III-1930, n. 11.

[36] San Josemaría, Lettera 11-III-1940, n. 54.

[37] Lettera pastorale, 9-I-2018, n. 14.

[38] Francesco, Es. ap. Christus vivit, n. 176.

[39] San Josemaría, Solco, n. 191.

[40] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 16.

[41] Ibid., n. 12.

[42] San Josemaría, Lettera 11-III-1940, n. 55.

[43] San Josemaría, Lettera 24-X-1942, n. 18.

[44] San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 62.

[45] Ibid., n. 16.

[46] Cfr. San Josemaría, Solco, n. 813.