Ecumenismo

I cristiani hanno in comune molte cose. Tuttavia, la divisione che ancora esiste è una ferita nel corpo della Chiesa.

Opus Dei - Ecumenismo

Nell’enciclica Ut unum sint, Giovanni Paolo II segnalava la centralità dell'impegno ecumenico: «Il movimento a favore dell’unità dei cristiani non è una “appendice” che si aggiunge all’attività tradizionale della Chiesa. Al contrario, esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione»(1). Come il suo predecessore, anche Benedetto XVI ha voluto mettere il massimo impegno nel ristabilire l’unità di tutti i discepoli del Signore. «Per quanto mi concerne, rinnovo (…) la mia ferma volontà, manifestata all’inizio del mio pontificato, di assumere come impegno prioritario di lavorare, senza risparmiare energie, per ristabilire l’unità piena e visibile di tutti i seguaci di Cristo»(2). Questa profonda preoccupazione per l’unità riguarda tutti i cattolici. Un’aspirazione essenziale dei cristiani è la comunione piena di tutti gli uomini con Dio – secondo la preghiera del Signore: perché tutti siano una sola cosa (3)–come membri dell’unica Chiesa fondata da Cristo, che«sussiste» (subsistit in) nella Chiesa Cattolica, come insegna la costituzione dogmatica Lumen gentium (4).

Per raggiungere la piena comunione tra i cristiani, la prima cosa è la preghiera, ben unita a quella di Cristo: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me (5), perché siano come noi una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità (6). «Non possiamo “fare” l’unità con le sole nostre forze. La possiamo soltanto ottenere – dice Benedetto XVI – come dono dello Spirito Santo. Pertanto l’ecumenismo spirituale, e cioè la preghiera, la conversione e la santificazione della vita, costituiscono il cuore dell’incontro e del movimento ecumenico»(7). Nella loro orazione tutti i fedeli dell’Opera pregano ogni giorno con le stesse parole del Signore: Ut omnes unum sint, sicut tu Pater in me et ego in te: ut sint unum sicut et nos unum sumus. Spinto dal desiderio di favorire l’unità, san Josemaría esorta ogni cristiano: «Offri l’orazione, l’espiazione e l’azione per questo fine: “Ut sint unum!”, perché tutti noi cristiani abbiamo una sola volontà, un solo cuore, un solo spirito: perché “omnes cum Petro ad Iesum per Mariam!", tutti, ben uniti al Papa, andiamo a Gesù per mezzo di Maria»(8).

IL DRAMMA DELLE DIVISIONI

La missione della Chiesa –presenza di Gesù Cristo nel tempo, che chiamiamo giustamente “tempo della Chiesa”– è di edificare l’unità di fede e di comunione tra gli uomini. «Non si deve dimenticare, infatti, –avvertiva Giovanni Paolo II– che il Signore ha implorato dal Padre l’unità dei suoi discepoli perché essa rendesse testimonianza alla sua missione»(9). Infatti Gesù stesso ha segnalato la finalità missionaria di questa stretta unità: ut mundus credat, perché il mondo creda che tu mi hai mandato (10). La divisione è contraria alla volontà di Cristo e costituisce una seria difficoltà per l’evangelizzazione. «La mancanza di unità tra i cristiani è certamente una ferita per la Chiesa, non nel senso di essere privata della sua unità, ma in quanto la divisione è ostacolo alla realizzazione piena della sua universalità nella storia»(11).

Gli avvenimenti storici hanno portato, tuttavia, a scissioni e separazioni a volte non senza colpa delle parti implicate (12). Per questo Giovanni Paolo II invitava tutti i cristiani –cattolici e non cattolici– a una «necessaria purificazione della memoria storica» e a «riconsiderare insieme il loro doloroso passato» per «riconoscere insieme, con sincera e totale oggettività, gli errori commessi e i fattori contingenti intervenuti all’origine delle loro deprecabili separazioni»(13). D’altra parte i cristiani che ora nascono nelle Chiese e comunità non cattoliche – come ha sottolineato il Decreto Unitatis redintegratio (14) – non hanno alcuna colpa della separazione passata e sono amati dalla Chiesa e riconosciuti come fratelli.

UN PATRIMONIO COMUNE

Noi cristiani abbiamo molte cose in comune. Ci uniscono la Sacra Scrittura, la vita della grazia e delle virtù, la comunione di preghiere e altri doni spirituali(15). Si dà inoltre, tra tutti noi, credenti in Cristo, «una certa vera unione nello Spirito Santo»(16), infatti Egli agisce anche nei cristiani non cattolici «poiché anche in loro lo Spirito Santo con la sua virtù vivificante opera per mezzo di doni e grazie e ha fortificati alcuni di loro fino allo spargimento del sangue» (17). In modo speciale, l’incorporazione a Cristo per mezzo del battesimo, patrimonio comune di tutti i cristiani, stabilisce tra cattolici e non cattolici un vincolo soprannaturale. Tutti i cristiani nascono nelle acque del battesimo. Come insegna il Concilio Vaticano II nel Decreto Unitatis Redintegratio, «coloro che credono in Cristo e hanno ricevuto validamente il battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa Cattolica» (18). «La fraternità tra i cristiani –dice Benedetto XVI– non è semplicemente un vago sentimento e nemmeno nasce da una forma di indifferenza rispetto alla verità (…). Essa è fondata sulla realtà soprannaturale dell’unico Battesimo, che ci inserisce tutti nell’unico Corpo di Cristo (cfr. 1 Cor 12, 13; Gal 3, 28; Col 2, 12). Insieme confessiamo Gesù Cristo come Dio e Signore; insieme lo riconosciamo come unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2, 5) sottolineando la nostra comune appartenenza a Lui (cfr. Unitatis redintegratio, n. 22; Ut unum sint, n. 42) A partire da questo essenziale fondamento del Battesimo, che è una realtà da Lui proveniente, una realtà nell’essere e poi nel professare, nel credere e nell’agire, il dialogo ha portato i suoi frutti e continuerà a farlo»(19).

La coscienza di condividere questa ricchezza comune è il fondamento comune dell’ecumenismo. Questa coscienza è infatti, quella che ci porta a una considerazione particolarmente positiva delle altre confessioni cristiane e deve suscitare un rapporto mutuo segnato dalla coscienza gioiosa di essere gli uni e gli altri –tutti– cristiani. Per questo motivo «è necessario che i cattolici con gioia riconoscano e stimino i valori veramente cristiani, promananti dal comune patrimonio, che si trova presso i fratelli da noi separati»(20). Questa valorizzazione è, dunque, di grande importanza: si ripercuote sulla stima e sul modo peculiare di vivere la carità con i nostri fratelli che non sono cattolici. Per il fatto di essere radicata nella comune fede in Cristo, il modo di vivere con loro l’amore cristiano, ha, in effetti, caratteristiche speciali.

Diversa è, invece, la situazione dei non credenti e di quanti non professano la religione cristiana. Con i non cristiani la Chiesa desidera e cerca un altro tipo di dialogo interreligioso, che è distinto dall’ecumenismo, perché è radicalmente diverso il punto di partenza. In questo contesto occupa un luogo proprio, come è noto, la relazione dei cristiani con gli ebrei, i nostri fratelli maggiori, secondo l’espressione utilizzata da Giovanni Paolo II (21), con i quali il popolo di Dio del Nuovo Testamento è spiritualmente unito.

ECUMENISMO E “CONVERSIONI”: RAPPORTO E DIVERSITÀ

Come insegna il Concilio Vaticano II, «per “movimento ecumenico” si intendono le iniziative suscitate e ordinate a promuovere l’unità dei cristiani, secondo le varie necessità della Chiesa e secondo le circostanze» (22). Il movimento ecumenico si dirige più alle comunità che alle persone individuali e risponde specificamente a una dimensione di indole “corporativa”: lavorare perché le varie Chiese e comunità cristiane arrivino, in quanto tali, alla piena comunione in ordine all’unità visibile. Allo stesso tempo, ogni confessione deve essere cosciente delle proprie caratteristiche, perché solo a partire dal riconoscimento delle proprie qualità si può dialogare.

Anche se l’impegno ecumenico si esprime in molteplici attività istituzionali tra le confessioni cristiane, non si riduce ad esse, perché costituisce una responsabilità personale di tutti i cristiani. Non è un compito riservato a specialisti, o a un ambito lontano dall’esistenza quotidiana. È un «imperativo della coscienza cristiana illuminata dalla fede e guidata dalla carità». L'ecumenismo è, essenzialmente, una dimensione dell'esistenza cristiana (23). Per esempio, come ha già scritto il Concilio Vaticano II, compete a tutti di «eliminare parole, giudizi e opere che non rispecchiano con giustizia e verità la condizione dei fratelli separati e perciò rendono più difficili le mutue relazioni con essi» (24).

Ma, soprattutto tra coloro che hanno ricevuto il battesimo, la prima parola del dialogo si dirige a incoraggiare proprio ciò che significa per tutti il Sacramento della rigenerazione e a portarlo alle sue ultime conseguenze: essere buoni cristiani. In altre parole, l’incontro di un cattolico cosciente della sua fede, con un ortodosso, un anglicano o un protestante, tenderà in primo luogo a far sì che ciascuno viva in modo più pieno il cristianesimo, o che cominci a praticare la sua fede, se non lo faceva. È necessario considerare innanzitutto la ricchezza comune della chiamata battesimale a vivere una vita nuova in Cristo. Tutti i fedeli cristiani sono chiamati alla santità (25). «Si ricordino tutti i fedeli, che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l’unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme al Vangelo. Quanto infatti più stretta sarà la loro comunione col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, tanto più intima e facile potranno rendere la fraternità reciproca»(26).

Alla luce di questa considerazione, balza agli occhi quanto sia attraente il messaggio la cui diffusione Dio ha affidato a San Josemaría, e quali ampie possibilità abbiamo di azione ecumenica. Nello stesso tempo «i beni presenti negli altri cristiani possono contribuire all’edificazione dei cattolici» (27), che si sentiranno chiamati alla propria conversione personale, perché ogni testimonianza autentica di fede e di amore cristiano spinge tutti a una maggiore donazione.

Nel quadro del rapporto con gli altri cristiani, occorre citare un altro aspetto: con parole della Unitatis redintegratio, è «l’opera di preparazione e di riconciliazione delle singole persone che desiderano la piena comunione cattolica» (28), cioè, la cura delle situazioni particolari, cioè la cura dovuta ai cristiani di altre confessioni che desiderano diventare cattolici. Bisogna distinguere, come fa il Decreto, fra l'attività ecumenica e la cura di tali situazioni singole. La prima si orienta all’unione piena e visibile delle Chiese e comunità ecclesiali come tali. Altro è la cura e attenzione verso la persona singola, il rispetto delle coscienze di coloro che liberamente si propongono di diventare cattoliche. I due compiti trovano il proprio fondamento nel desiderio di collaborare con il disegno di Dio e, lungi dall’essere in contrasto, sono intimamente compenetrati (29). Il presupposto comune è sempre il rispetto e la stima delle persone, delle loro idee e della ricchezza che posseggono per la loro dimensione religiosa (30). Per esempio, la testimonianza di vita di un collega o di un amico cattolico, può suscitare in un altro cristiano, con la grazia di Dio, il desiderio di una vita più profondamente cristiana in seno alla Comunità ecclesiale cui appartiene; ma può risvegliare anche, nel processo che accompagnerà questa decisione, il desiderio di entrare nella Chiesa cattolica. L’amico cattolico accompagnerà questa decisione con la sua preghiera e la sua parola, con pieno rispetto della libertà dell’altro. In questo modo, manifesta un’amicizia sincera, che porta alla confidenza e sboccia dalla carità che Dio ha diffuso nei nostri cuori: solo Lui, infatti, può cambiare il nostro cuore.

In generale, si potrebbe dire che un cristiano che fa questo passo in realtà non cambia o ritorna da una Chiesa all’altra, ma si incorpora pienamente alla Chiesa, all’unica Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica, presieduta nella cattedra di Roma dal Successore di Pietro. Questo amico arriva a essere con pienezza ciò che prima era in modo imperfetto. Per questo motivo, coloro che aderiscono al cattolicesimo preferiscono a volte non parlare di conversione: per loro, non senza ragione, la conversione è in realtà un processo di conversioni – possono essercene molte lungo la vita – che inizia con il Battesimo fino ad arrivare, con un nuovo impulso della grazia, a fare il passo verso la piena comunione, verso la casa. Roma! Con grande delicatezza verso questi sentimenti il Concilio Vaticano II ha sostituito l’espressione “conversione” –più adatta, a rigore, per chi accetta per la prima volta il cristianesimo– con quello di “piena incorporazione”.

Evidentemente queste decisioni sono motivo di profonda gioia per i figli della Chiesa cattolica, che desiderano vivamente e lavorano perché tutti gli uomini raggiungano la piena comunione con Dio e con gli altri nella Chiesa universale.

PER INSTAURARE UN VERO DIALOGO

Come esseri sociali, gli uomini hanno bisogno di comunicare tra loro, di appoggiarsi gli uni agli altri, per superare le difficoltà, per gioire dei risultati del loro lavoro e contribuire alla conoscenza della verità. Dio ha fatto l’uomo in tal modo che non può tralasciare di condividere con altri la sua vita, e desidera che gli altri lo comprendano e lo rispettino. Perciò il dialogo vuol dire riconoscere l’umanità dell’interlocutore, in un clima che sarà necessariamente intriso di cordialità, di amicizia e di carità.

L’atteggiamento aperto e rispettoso del cattolico nel dialogo ecumenico richiede una conoscenza e un’esposizione chiara della fede (31): «La parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali» (32). È dunque molto importante che i cattolici conoscano, ognuno secondo le proprie possibilità, gli altri testi importanti, come per esempio la lettera Communionis notio, la dichiarazione Dominus Iesus e le recenti Responsa ad quaestiones emanate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

Stabilire un dialogo con altri cristiani richiede, inoltre, che essi possano notare che si è in condizione di scoprire i valori positivi della fede - pur con alcune carenze - che essi hanno ricevuto nella loro comunità cristiana. Ma questo esige dai cattolici formazione, studio, conoscenza profonda della propria fede.

Dallo studio, dunque, al dialogo. I cristiani possono sempre imparare gli uni dagli altri, e arrivare a dare più valore a realtà che già conoscono. Possono anche sentirsi incoraggiati nel vedere con quale profondità altri approfondiscono la propria fede. È significativo, per esempio, quanto è radicato lo studio della Scrittura nella vita di molti protestanti; la bellezza di tante celebrazioni liturgiche ortodosse; l’amore per la Sacra Eucaristia e la sua centralità nella vita dei cattolici, così attraente per molti protestanti. Gli insegnamenti di San Josemaría sulla santificazione del lavoro suscitano un grande interesse e simpatia in tanti cristiani. È importante scoprire la convergenza che permette di superare le divisioni. «Compito del cristiano: annegare il male nella sovrabbondanza del bene. Non si tratta di fare campagne negative, né di essere antiqualcuno. Al contrario: vivere di affermazioni, pieni di ottimismo, con gioventù, allegria e pace; guardare tutti con comprensione: quelli che seguono Cristo e quelli che lo abbandonano o non lo conoscono. Ma comprensione non significa astensionismo, né indifferenza, bensì azione»(33).

«Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi, il cuore dell’uomo, comprenderlo e per quanto possibile rispettarlo», scrisse Paolo VI (34). «Se non si scopre nell’interlocutore un desiderio sincero di conoscere e comprendere, nessuno può sentirsi rispettato e invogliato a dialogare: nulla deve essere più alieno dall’atteggiamento dell’apostolo cristiano quanto l’arroganza infatuata o, come ora si usa dire, il trionfalismo. La nostra dottrina non è frutto del nostro sforzo, della nostra perspicacia o del nostro ingegno, ma parola di Dio che è giunta fino a noi: non perché fossimo migliori degli altri o perché fossimo più preparati, ma perché il Signore ha voluto farci suoi strumenti (…). Ancor più: siamo persuasi che la verità divina che possediamo ci trascende; che le nostre parole sono insufficienti per esprimerne tutta la ricchezza, che è perfino possibile che non la comprendiamo pienamente» (35). Non siamo proprietari della verità, non ci appartiene; vogliamo essere cooperatori della verità: cooperatores simus veritatis (36); cerchiamo di agire nella verità e per la verità.

CON LA CARITÀ DI CRISTO

«Per compiere dovutamente la parte che vi spetta nella missione della Chiesa, non dovete dimenticare l’esempio di Cristo. Non c’è vero dialogo cristiano, se non riproduce il modo di essere e di agire del Signore. L’esempio di Gesù ci porta a dialogare. Il suo esempio ci insegna come dobbiamo parlare con gli uomini» (37). Con parole di San Josemaría, due sono le caratteristiche fondamentali: «Fedeltà alla verità, amicizia con gli uomini. Non ci può essere dialogo fecondo senza che nasca o si crei tra coloro che dialogano un clima di autentica amicizia, di onestà e di certezza» (38).

Senza amore per gli altri non ci può essere un vero ecumenismo, ma soltanto strategie, che da sole sono infeconde: «Il Signore ci ha chiamati in un momento in cui si parla molto di pace e non c’è pace, né nelle anime, né nelle istituzioni, né nella vita sociale, né tra i popoli. Si parla continuamente di uguaglianza e di democrazia e abbondano le caste, chiuse, impenetrabili. Ci ha chiamati in un tempo in cui si reclama la comprensione, e la comprensione brilla per la sua assenza, persino tra persone che agiscono in buona fede e vogliono praticare la carità. Perché – non dimenticatelo – la carità, più che nel dare, consiste nel comprendere» (39). Il vero dialogo nasce soltanto da un desiderio di amicizia sincera, dalla volontà di aiutare e servire gli altri. «Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi, il servizio» (40).

I cattolici, nell’azione ecumenica, devono preoccuparsi dei fratelli, pregando per loro e andando loro incontro. L’amore deve essere alla radice di tutte le azioni umane. Con parole di San Paolo, omnia vestra in caritate fiant (41)agite sempre con carità. Oltre alla conoscenza reciproca sono necessarie anche la stima e l’affetto autentici, che sorgono spontaneamente, come possono testimoniare, il 7 ottobre 2002, i componenti del seguito del Patriarca della Chiesa ortodossa romena, al termine dell’udienza concessa da Giovanni Paolo II ai partecipanti alla canonizzazione di San Josemaría. Quell’evento ecumenico ha avuto una forte ripercussione, in persone della Romania e in molte altre; alcune conoscevano poco l’Opus Dei, altre partecipavano ai suoi apostolati; espressero la loro grande gioia anche famiglie di ortodossi libanesi che assistevano alla cerimonia.

La vita dei santi permette di scoprire ciò che Dio compie in coloro che appartengono ad altre Chiese e comunità ecclesiali. «Riconoscere le ricchezze di Cristo e le opere virtuose nella vita degli altri, i quali rendono testimonianza a Cristo, talora fino all’effusione del sangue, è cosa giusta e salutare; perché Dio è sempre mirabile e deve essere ammirato nelle sue opere» (42). Coloro che hanno dato la vita per Cristo costituiscono così un punto d’incontro: «Tale comune testimonianza della santità, come fedeltà all’unico Signore, è un potenziale ecumenico straordinariamente ricco di grazia» (43). «L’ecumenismo dei santi, dei martiri, è forse il più convincente. La communio sanctorum parla con voce più alta dei fattori di divisione. Il martyrologium dei primi secoli costituì la base del culto dei santi. Proclamando e venerando la santità dei suoi figli e figlie, la Chiesa rendeva sommo onore a Dio stesso; nei martiri venerava il Cristo, che era all’origine del loro martirio e della loro santità. Si è sviluppata successivamente la prassi della canonizzazione che tuttora perdura nella Chiesa cattolica e in quelle ortodosse» (44).

SUSCITARE LA COLLABORAZIONE A SERVIZIO DEGLI UOMINI

Creare le condizioni perché le attività congiunte di cristiani di diverse confessioni, o perché altri cristiani cooperino in attività della Chiesa Cattolica, facilita la mutua conoscenza e, nella misura in cui questa cooperazione si realizza, queste attività ci avvicinano alla piena comunione dei cristiani.

La collaborazione in campo sociale è una via proposta dal Concilio Vaticano II per l’esercizio dell’ecumenismo, che i fedeli della Prelatura, come tutti i membri della Chiesa, devono assecondare. «La cooperazione di tutti i cristiani esprime vivamente l’unione già esistente tra di loro, e pone in più piena luce il volto di Cristo servo. Questa cooperazione, già attuata in non poche nazioni, va ogni giorno più perfezionata – specialmente nelle nazioni dove è in atto una evoluzione sociale o tecnica – sia facendo stimare rettamente la dignità della persona umana, sia lavorando a promuovere il bene della pace, sia applicando socialmente il Vangelo, sia facendo progredire con spirito cristiano le scienze e le arti, come pure usando rimedi di ogni genere per venire incontro alle miserie del nostro tempo, quali sono la fame e le calamità, l’analfabetismo e l’indigenza, la mancanza di abitazioni e l’ineguale distribuzione della ricchezza. Da questa cooperazione i credenti in Cristo possono facilmente imparare come ci si possa meglio conoscere e maggiormente stimare gli uni gli altri, e come si appiani la via verso l’unità dei cristiani» (45).

In molti luoghi dell’Occidente, ma anche nel resto del mondo, «la presenza dei cristiani –affermava Benedetto XVI – sarà efficace e illuminante solo se abbiamo il coraggio di percorrere con decisione il cammino della riconciliazione e dell’unità (…). Tutti abbiamo una responsabilità specifica (…); è più facile l’incontro tra i popoli; ci sono maggiori opportunità di aumentare la conoscenza e la stima reciproca, con un ricco scambio mutuo di doni; si sente la necessità di affrontare uniti le grandi sfide del momento, cominciando da quelle della modernità e della secolarizzazione. L’esperienza dimostra ampiamente che il dialogo sincero e fraterno genera fiducia, elimina timori e pregiudizi, supera difficoltà e apre al confronto sereno e costruttivo» (46).

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«Ve l’ho scritto tante volte, con le parole di Paolo: veritatem facientes in caritate (Ef 4, 15), facendo la verità con la carità: questo è il modo di dialogare, di dare dottrina» (47). L’ “incontro” ecumenico, vissuto nella vita laicale invita tutti a cercare di camminare nella verità e nella carità e a essere migliori discepoli di Cristo, perché tutti siamo chiamati dal Signore – dal Battesimo – alla santità personale. È il grande messaggio di San Josemaría, riaffermato nel Concilio Vaticano II.

Oggi la Chiesa ha bisogno di questo “ecumenismo pratico” che nasce pure dallo spirito dell’Opera: l’ecumenismo in mezzo a tutte le attività umane. Bisogna stendere ovunque reti e reti di cristiani amici, di discepoli di Cristo, di “amici di Dio”, per la conversione del mondo. Sono le reti del Duc in altum!, le reti dell’apostolato ad fidem, di cui parlava San Josemaría; sono le reti che raccoglieranno piscium multitudinem copiosam: uomini e donne che vivono nel paganesimo o nel neopaganesimo. E mentre i pescatori, uniti da un’amicizia umana e cristiana, compiono il mandato di Cristo, l’amore di Dio Padre concederà loro la piena comunione per la quale ha pregato e prega suo Figlio: ut unum sint; e questo – ripetiamolo con Gesù –, ut mundus credat: perché le reti si riempiano fino a traboccare.

Tutto è possibile a questa condizione: «Non interrompete mai il dialogo con il nostro Dio, vivo e amante, con lo Spirito Santo, con Cristo nostro Signore e con Maria, Madre della Chiesa. Da lì attingerete ogni giorno luci di dottrina, desideri di apostolato, brama di anime, carità universale e delicata» (48).

Pedro Rodríguez

(1) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 20.

(2) Benedetto XVI, Discorso alla commissione preparatoria della II assemblea Ecumenica Europea, 26-1-2006.

(3) Gv 17, 21.

(4) Cfr.Conc. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 8; Congregazione per la Dottrina della Fede, Responsa ad quaestiones, 26-6-2007, quaest. 2.

(5) Gv 17, 20.

(6) Gv 17, 22-23.

(7) Benedetto XVI, Discorso nell’incontro ecumenico per la XX Giornata mondiale della Gioventù, 19-8-2005.

(8) San Josemaría, Forgia, n. 647.

(9) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 23.

(10) Gv 17, 21.

(11) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus, 6-8-2000, n.17.

(12) Cfr. Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis Redintegratio, n. 3.

(13) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 2.

(14) Cfr. Conc. Vaticano II, Decreto Unitatis redintegratio, n. 3.

(15) Ibidem.

(16) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 12.

(17) Ibidem.

(18) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 3.

(19) Benedetto XVI, Discorso nell’incontro ecumenico per la XX Giornata mondiale della Gioventù, 19-8-2005.

(20) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 4.

(21) Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso nella sinagoga di Roma, 13-4-1988.

(22) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 4.

(23) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 8.

(24) Conc. Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 4.

(25) Cfr. Conc.Vaticano II, Cost dogm. Lumen gentium, n. 40.

(26) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 7.

(27) Ibidem, n. 4 e Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n.48.

(28) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 4.

(29) Cfr. ibidem; Congregazione per la dottrina della Fede, Nota Dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 3-12-2007, n. 12 (IV. Alcune implicanze ecumeniche).

(30) Cfr. Giovanni Paolo II, Lett, enc. Redemptoris missio, 7-12-1990. n. 55.

(31) Cfr. Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, nn. 9-11.

(32) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Dominus Iesus, 6-8-2000, n. 22.

(33) San Josemaría, Solco, n. 864.

(34) Paolo VI, Lett. Enc. Ecclesiam suam, 6-8-1964, n. 49.

(35) San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 25, in “ABC”, Madrid, 17-5-1992, p. 63.

(36) 3 Gv 1, 8.

(37) San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 15, in “ABC”, Madrid, 17-5-1992, p. 62.

(38) Ibidem, n. 20, in ibidem, p. 63.

(39) San Josemaría, È Gesù che passa, n. 123.

(40) Paolo VI, Lett. Enc. Ecclesiam suam, 6-8-1964, n. 49.

(41) 1 Cor 16, 14.

(42) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 4.

(43) Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Ut unum sint, 25-5-1995, n. 48.

(44) Giovanni Paolo II, Lett. Apost. Tertio millennio adveniente, 10-11-1994, n. 37.

(45) Conc. Vaticano II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 12.

(46) Benedetto XVI, Discorso alla Commissione preparatoria della II Assemblea Ecumenica Europea, 26-1-2006.

(47) San Josemaría, Lettera 24-X-1965, n. 75, in Studi Cattolici, Milano, VII/VIII-1985, p. 410.

(48) Ibidem, n. 76, in Studi Cattolici, Milano, VII-VIII-1985, p. 410.