Commento alla benedizione Urbi et Orbi del 27 marzo 2020

Don Andrea Mardegan ha scritto questa meditazione di commento alla benedizione Urbi et Orbi di papa Francesco.

Testi di vita cristiana
Opus Dei - Commento alla benedizione Urbi et Orbi del 27 marzo 2020©️ Vatican Media / CNA

Il Papa che cammina solo nella pioggia. Parole, suoni, simboli e icone della preghiera in diretta mondiale del 27 marzo 2020.

Papa Francesco da solo in piazza san Pietro. Densità di messaggi diversi in questa preghiera unita di tutto il mondo. Le immagini di Radio Vaticana fanno vedere il Papa che arriva a piedi attraversando la piazza vuota.

Non arriva da dentro san Pietro, ma da fuori, come ciascuno di noi che avrebbe voglia di uscire di casa e andare lì sulla tomba di Pietro e sulla tomba di molti papi del passato, in pellegrinaggio a piedi, verso l’immagine di Maria, salute del popolo romano, e Cristo crocifisso salvatore. Per questo, camminando in salita, il Papa arriva al leggio con un po’ di affanno. La nostra umanità è in affanno. Anche i malati di covid -19 hanno difficoltà di respiro. Si sentiranno rappresentati, dal Papa vicino a ciascuno di loro. Lo accoglie mons. Marini dandogli un braccio. Gli diamo tutti un braccio. Come le infermiere e i medici danno ai malati negli ospedali. Il Papa non si preoccupa della pioggia. Non si protegge: l’umanità è senza protezione adesso di fronte alle intemperie che ci sovrastano. Dopo il segno della croce nel quale tutto si raduna, un signore, che pare avere l’età di quelli che sono più a rischio con il coronavirus, legge cantando il Vangelo. Giusta scelta, non un giovane: un signore della generazione che vuole continuare a vivere.

Fitte tenebre si sono addensate

Anche il brano del Vangelo scelto è proprio quello che ci vuole. La tempesta sul lago e Gesù che dorme sulla barca. Papa Francesco legge la meditazione preparata: è delle sue, molto profonde e molto personali. Primo messaggio forte che raduna tutti quelli che nel mondo sono collegati, accanto a Pietro sulla barca: “Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.”

Mentre parla le tenebre calano davvero sulla piazza e la tempesta d’acqua aumenta. Il lettore di prima non aveva qualcuno che lo copriva con un ombrello: non avevano pensato che potesse piovere. E come piove! La pioggia dal cielo rende presente la tempesta dentro alla quale si dibattono Pietro e gli altri sulla barca. Pietro è qui in piazza proprio in mezzo alle acque. Potrebbe essere immagine del diluvio universale, ma all’Eur e all’Olimpico non pioveva: quella pioggia era voluta dallo sceneggiatore supremo per parlarci anche con i segni del tempo. Il cielo che diluvia ci dice le lacrime del mondo e anche le lacrime del cielo su di noi.

Vediamo Gesù che dorme

Arriva il secondo forte messaggio: “Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.” Dice il Papa che è facile per noi ritrovarci lì sulla barca. Poi con coraggio dice che invece non si capisce Gesù. ”Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»”. Non avevo mai pensato a questi due particolari: è l’unica volta che dorme e dorme nel luogo più pericoloso della barca. Terzo messaggio forte: “Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.” A Gesù importa di noi.

Perché avete paura?

Quarto messaggio forte: “la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità”. Lascia scoperte sicurezze false e superflue, dimostra che abbiamo abbandonato e dimenticato ciò che sostiene i nostri popoli, le radici e la memoria degli anziani. Abbiamo perso le immunità per far fronte alle avversità. La tempesta spazza via gli egoismi e le vanità. Ci ritroviamo necessariamente uniti come fratelli a cercare la salvezza.

Gesù ci risponde con due domande acutissime, quinto messaggio:

“«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!””.

Sesto messaggio. Come può essere la nostra risposta: “Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri.”

Nessuno si salva da solo

Settimo messaggio: “E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita.” Non siamo dunque tutti in balia delle onde, alcune persone comuni hanno risposto alla chiamata dello Spirito e con la vita dello Spirito “stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo.”

Possiamo guardare a loro e prendere coraggio. Loro stanno avendo sulla barca un ruolo vicino a quello di Gesù. “Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.” Direi ottavo messaggio, ma forse è il dodicesimo: distinguo solo per aiutarci a non perdere tanta ricchezza: “Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21).” Attenzione: nella sofferenza si misura il vero sviluppo dei popoli, e ancora il Papa applica, come suole fare spesso, a tutti i figli di Dio, a tutti gli uomini, parole di Gesù nel Vangelo che siamo abituati ad applicare solo ai discepoli, a quelli che vivono da vicino la sua vita. No: tutti gli uomini “che siano una cosa sola”! Nella sua meditazione il Papa ripete le parole di Gesù perché ci entrino nel cuore: “«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli, sperimenteremo che con Lui a bordo non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.”

La Croce è la nostra ancora

Il Papa ci dice che Gesù si è risvegliato per risvegliare e ravvivare la nostra fede, per suscitare nuova solidarietà e nuova speranza. E ci prepara a contemplare il Cristo crocifisso che presiede dalla facciata di san Pietro questa sobria e struggente liturgia della parola. Sulla nostra barca in tempesta: “Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore.” La sua croce che ci rimanda alla risurrezione: Cristo è risorto. Non dimentica il Papa la realtà in cui siamo, ma la riempie di Cristo risorto: “In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi.”

Dice che Cristo ci invita a guardare a coloro che ci reclamano, ravvivare la grazia che ci abita. Ci prepara a fare insieme con lui, tra poco, in un tempo di mancanza di abbracci, il gesto di abbracciare il Crocifisso: “Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.”

Ascoltiamo queste parole nel silenzio della piazza, nello scroscio della pioggia, con le grida dei gabbiani, qua e là, a dare voce alle grida silenziose dell’umanità dolente. Il Papa ricorda la fede rocciosa di Pietro, ci affida al Signore, per intercessione di Maria, stella del mare in tempesta. E richiama il colonnato della piazza vuota, come abbraccio consolante a Roma e a tutto il mondo come la benedizione di Dio. “Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).”

Verso Maria, Sub tuum presidium

Il Papa cammina verso l’entrata di san Pietro, verso l’icona di Maria. E pare che la pioggia si fermi per non bagnarlo. Il canto del Sub tuum presidium, preghiera del terzo secolo, richiama la preghiera di secoli di tanti cristiani. Il Papa prega in silenzio, con tutti noi. L’antifona è struggente: cantano “con la tua croce hai redento il mondo”. Il latino e il passato richiamano la preghiera delle generazioni che ci hanno preceduto e pregano adesso dall’eternità. Il Papa sta davanti al meraviglioso crocifisso ligneo miracoloso. Che resistette a un incendio e poi per ventidue giorni portato per le strade di Roma fermò la peste. Anche Giovanni Paolo II lo abbracciava, proprio quel Crocifisso, per chiedere perdono dei peccati della Chiesa nel passato, il 12 marzo del 2000. Lo bacia con ognuno di noi e si segna con la sua forza. Penso a tutti quelli che guardano e pregano. Dalla Russia al nord America, dall’Asia al sud America, dall’Oceania a tutta l’Europa. Una comunione dei santi nella preghiera che forse non è mai stata così grande e così unita. “Parce Domine, parce populo tuo”, perdonaci, abbi pietà del tuo popolo, Signore. Il latino del canto antico è scelta indovinata: lingua per tutto il mondo e per tutte le epoche della Chiesa. Anche i miei nonni dal cielo si uniscono alla preghiera. Non esposto all’aperto ma protetto dalle volte dell’atrio di san Pietro, arriva il Santissimo, l’Eucaristia nell’ostensorio dorato. Intonano l’Adoro te devote di san Tommaso d’Aquino: "Fammi credere sempre più in te, avere speranza te, amarti. Pane vivo che doni vita agli uomini, dona alle nostre anime di vivere sempre di te e te dolcemente assaporare. Uno sola stilla del tuo sangue avrebbe potuto purificare il mondo da ogni peccato. Gesù che contemplo adesso velato, ti chiedo che accada ciò che ti chiedo: che un giorno possa contemplare il tuo volto, svelato nella tua gloria.”

Pensiamo a tutti i morti di questi giorni, preghiamo per loro con questo canto gravido di secoli. Arriva il silenzio di preghiera del Papa e dei pochi suoi accompagnanti. Silenzio che non ha bisogno di traduzione nelle lingue degli uomini.

Le litanie

Poi le litanie di preghiera, mai così forti, così attentamente seguite, così senza noia ascoltate. Così ampie, senza dimenticare nulla.

Vero Dio e vero uomo, Nostro Salvatore, Re del creato e della storia, vincitore del peccato e della morte, amico dell’uomo. Ti adoriamo,Signore.

Figlio unigenito del Padre, Medico celeste, Agnello immolato, Buon pastore, pane vivo e farmaco di immortalità. Crediamo in te, Signore.

Dal potere di Satana, da orgoglio e presunzione, da paura e angoscia, da incredulità e disperazione. Liberaci, o Signore.

Da tutti i mali che affliggono l’umanità, da fame, carestia, egoismo, da malattie, epidemie, paura del fratello, da follia devastatrice, da interessi spietati, dalla violenza, dagli inganni, dalla cattiva informazione, dalla manipolazione. Salvaci, Signore.

Guarda la tua Chiesa che attraversa il deserto, guarda l’umanità atterrita dalla paura e dall’angoscia, guarda gli ammalati e i moribondi, oppressi dalla solitudine, guarda i medici e gli operatori sanitari, stremati dalla fatica, guarda i politici e gli amministratori che portano il peso delle scelte. Consolaci, o Signore.

Nell’ora della prova e dello smarrimento, nella tentazione e nella fragilità, nel combattimento contro il male e il peccato, nella ricerca del vero bene e della vera gioia, nella decisione di rimanere in Te. Donaci il tuo Spirito, Signore.

Se il peccato ci opprime, se l’odio ci chiude il cuore, se il dolore ci visita, se l’indifferenza ci angoscia, se la morte ci annienta. Aprici alla speranza, Signore.

La preghiera conclusiva è quella abituale della esposizione eucaristica. Il cardinal Comastri, arciprete di San Pietro, annuncia l’indulgenza plenaria, anche per chi si unisce solo spiritualmente a questo tempo di preghiera.

Un silenzio nel quale Dio parla ai nostri cuori

Il Papa si affaccia alla piazza. Commozione di tutte le campane, quelle che suonano a festa quando “habemus papam”, a Natale e a Pasqua. Incredibile, si uniscono alle campane le sirene delle ambulanze. Ma quale sceneggiatore l’avrebbe potuto inventare? Campane e sirene. Gioie e dolori insieme benedette da Gesù Eucaristia nelle mani di Pietro.

E il Papa benedice l’urbe e l’orbe come dicono non sia mai avvenuto nella storia, con l'Eucaristia. E sparge indulgenze su tutto il mondo.

Una preghiera unita, dalla forza impressionante. Un silenzio nel quale Dio parla ai cuori. Poi le giaculatorie di riparazione delle bestemmie. Dio sia Benedetto, Benedetto il suo santo nome, Benedetto Gesù Cristo, lo Spirito Santo, Maria, Giuseppe, tutti gli angeli e i santi. Mai così diffuse, queste giaculatorie, prima d’ora.

Il Santissimo viene riportato in basilica. Del tutto vuota. Tante volte l’ho percorsa, ma mi sovvengono improvvisi due ricordi: quando l’attraversavo per andare verso la mia ordinazione sacerdotale; poi, anni dopo, quando insieme a centinaia di sacerdoti portavamo le particole per la comunione alla folla radunata in piazza per la beatificazione di Josemaría Escrivà. In un silenzio impressionante camminavamo con Gesù nella basilica vuota.

Le inquadrature finali sul crocifisso ligneo e la pioggia che scende copiosa, sembrano mettere lacrime al suo volto santo.

Vado a guardare i tweet, e leggo atei che scrivono scossi e commossi. Mi ricordo di quell’ateo che ritrovò la fede solo scorgendo improvvisamente e ignaro, all’uscita da una metropolitana di Londra, Giovanni Paolo II che passava nella sua papa-mobile e che incrociò il suo sguardo. Mi ricordo di quanti hanno ritrovato la fede guardando un crocifisso nel silenzio di una chiesa. E mi immagino che Gesù abbia attratto a sé, in quest’ora, moltitudini di cuori.