Centro Ospedaliero Monkole: impegnati a curare la popolazione

Un articolo sul Centro Ospedaliero Monkole, che assiste ogni anno 100.000 congolesi indigenti.

In un popolo che soffre, la speranza nasce assai spesso dall’audace decisione di un gruppo di persone di unire i loro sforzi e ribattere, tutti uniti, alle piaghe sociali che tendono a distruggerlo. In questo senso, purtroppo, è abbastanza abituale che un’azione del genere si faccia senza l’appoggio e addirittura al di fuori della pubblica amministrazione, in teoria garante dei servizi essenziali per la società, quale è l’assistenza sanitaria. Proprio questo è ciò che accade nella Repubblica Democratica del Congo, il secondo nel triste elenco dei paesi più poveri del mondo. A Kinshasa, la capitale, è in funzione il Centro Ospedaliero Monkole, dove i suoi 40 specialisti assistono ogni anno circa 100.000 cittadini, 80% dei quali sono persone indigenti.

Malgrado una così notevole attività, lo Stato congolese non contribuisce in nulla per sostenere il Centro, la cui sopravvivenza è in gran parte assicurata dall’appoggio dell’Opus Dei, ma anche dai fondi che riceve da altre istituzioni e da altri paesi, Spagna in testa. Anche in questa situazione, a dispetto del mancato coinvolgimento delle autorità nazionali, i risultati sono notevolissimi. L’ospedale comprende anche una scuola per infermiere (dove oltre 500 ragazze hanno già ottenuto una borsa di studio per potersi formare) e un dipartimento per la lotta contro l’Aids nel quale finora sono state assistite 5.000 donne; questo ha consentito di abbassare di circa il 25% i casi di contagio a Kindele, un quartiere della capitale.

Il fiore all’occhiello, però, è il reparto di maternità. Così, se nell’ospedale sono stati raggiunti incredibili indici di efficienza (la mortalità infantile è scesa dal 50 al 22% e i casi di donne morte di parto sono passati dal 50% al 18%), non meno notevole è ciò che si è ottenuto con il programma Maternità senza rischi , che viene coordinato da un gruppo di medici che interviene direttamente nelle lontane zone rurali e boschive, di difficile accesso e sempre dimenticate dall’apparato statale. Grazie a questa azione di assistenza in loco sono state soccorse circa 30.000 donne in gravidanza, che hanno potuto partorire in sicurezza.

“Nel 1989 è venuto a farci visita l’allora prelato dell’Opus Dei, Álvaro del Portillo (...) Ha incoraggiato tutti noi a cercare di fare tutto il possibile per aiutare i più poveri...'.

Stimolati dall’Opus Dei

Dal 2008 questo programma è diretto dalla ginecologa Celine Tendobi, 42 anni, una delle personalità di spicco di Monkole. Recentemente in Spagna, dove è andata per ricevere il Premio per la promozione e l’uguaglianza della donna africana, concesso dalla fondazione Harambee España (che si dedica a iniziative di solidarietà nel campo dell’educazione e della sanità in Africa), ha spiegato come è nata un’attività che ha fatto del bene a tantissime persone: “Nel 1989 è venuto a farci visita l’allora prelato dell’Opus Dei, Álvaro del Portillo. Davanti al cattivo stato dell’educazione e della sanità in tutto il paese, e vedendo per di più che l’una e l’altra non sono pubbliche né gratuite, ha incoraggiato tutti noi a cercare di fare tutto il possibile per aiutare i più poveri. Due anni dopo, nel 1991, è nata Monkole, che oggi è un ospedale con 150 camere, ma che allora ne aveva soltanto tre...”.

Il dipartimento per la lotta contro l’Aids, nel quale finora sono state assistite 5.000 donne, ha consentito di abbassare di circa il 25% i casi di contagio a Kindele, un quartiere della capitale.

Malgrado gli sforzi degli specialisti che vi lavorano, la scarsezza di mezzi ne caratterizza l’attività quotidiana, che potrebbe essere ancora più efficace se potesse contare su appoggi più consistenti. Per esempio, spiega Celine, per il programma Maternità senza rischi ci si avvale soltanto di tre ambulatori, anche se distribuiti strategicamente in diverse zone di campagna: a Eliba (dal 1996), Kimbondo (dal 1997) e Moluka (dal 2003). Un gruppo mobile (comprendente anche un grande ecografo), composto da quattro medici, un giorno la settimana va di seguito in ognuno dei tre ambulatori, spostando in prima persona il pesante materiale di cui hanno bisogno per assistere le donne incinte, perché spesso le auto non possono arrivare fino alle case. E questo è indispensabile, perché certe volte è capitato di andare per una visita e invece trovarsi a dare assistenza a un parto. “Qualche volta, anche parti gemellari”, dice sorridendo.

Malgrado tutto, ammette la ginecologa, “non c’è dubbio che siamo l’ospedale di riferimento e copriamo un’area di grandi necessità, perché lo Stato non fa investimenti nella sanità e nell’educazione, e la grande maggioranza della popolazione non ha accesso a questi servizi di base. A Kinshasa vi sono altri ospedali, ma sono tutti privati e assai costosi”. Il suo ospedale non ha fini di lucro: chi lo gestisce è perfettamente convinto che la loro missione è ben più di un buon affare. “Vogliamo contribuire a far sì che la famiglia continui a essere la grande ricchezza dell’Africa. Qui è normale che le famiglie siano numerose, con 10 o 11 figli, malgrado la povertà. Nello stesso tempo, in ogni casa, gli anziani sono tenuti in grande considerazione. Non possiamo permettere che una società come questa corra il pericolo di scomparire”.

Malgrado gli sforzi degli specialisti che vi lavorano, la scarsezza di mezzi ne caratterizza l’attività quotidiana, che potrebbe essere ancora più efficace se potesse contare su appoggi più consistenti.

Nel caso concreto del suo Paese, Celine accetta che si debba lottare contro le avversità, ma non riesce a capire come si sia arrivati alla situazione di oggi: “Siamo un Paese ricco, con ingenti quantità di oro, rame o coltan. Geograficamente, il nostro territorio è cinque volte più grande della Spagna e siamo circa 78 milioni di abitanti. A causa delle guerre, però, oggi ci troviamo nella più assoluta povertà. Tra il 1994 e il 2008 abbiamo subito tre sanguinose guerre civili, durante le quali ci sono stati quattro milioni di morti... E ancora oggi siamo sottoposti agli attacchi dei guerriglieri”.

Proprio per questo è indispensabile e urgente una presa di coscienza civica, in modo che siano sempre più coloro che, a dispetto delle difficoltà, decidono di fare un passo avanti e, ognuno secondo le proprie capacità, s’impegnino a portare avanti il paese. Ecco perché la dottoressa dà uno straordinario valore all’azione dei missionari. “Essi fanno molto in tutto il territorio, soprattutto nel campo sanitario ed educativo, che sono le nostre necessità prioritarie e il motore di ogni cambiamento. Sono presenti i gesuiti e molte altre comunità religiose. Il loro lavoro è indispensabile, ma abbiamo bisogno di altri appoggi”. Infatti, approfittando della concessione del premio, Harambee España ha organizzato un giro di Celine in varie città per raccogliere fondi. Soprattutto da parte dei singoli cittadini, perché, da quando è scoppiata la crisi economica, il sostegno delle governi alla cooperazione allo sviluppo è diminuito sempre più.

: “Da bambina praticamente non sapevo nulla, ma vedevo quanto dolore mi circondava. Così mi sono accorta che molti bambini che conoscevo si ammalavano perché non c’era igiene e la possibilità di usare l’acqua era quasi nulla. Ho preso allora la decisione di studiare Medicina'.

Durante i suoi vari interventi, è emerso come è nato in lei il desiderio di aiutare gli altri: “Da bambina praticamente non sapevo nulla, ma vedevo quanto dolore mi circondava. Così mi sono accorta che molti bambini che conoscevo si ammalavano perché non c’era igiene e la possibilità di usare l’acqua era quasi nulla. Ho preso allora la decisione di studiare Medicina. Ho deciso di specializzarmi in ginecologia quando mi sono accorta che molte donne, attorno a me, morivano nel partorire in casa in condizioni assai precarie. Ho avuto la fortuna di potermi formare in Spagna e anche di ottenere a suo tempo un buon posto in un ospedale di Barcellona. Però ero convinta di dover fare ritorno a casa, nel mio Paese, dove c’è tanto bisogno dell’impegno di quelli che si possono adoperare per cambiare le cose. Altri possono aiutarci da fuori, ma dobbiamo essere noi stessi a costruire la nostra società”.

Come detto, la speranza per un popolo che soffre comincia e si propaga se i suoi figli che hanno maggiori possibilità decidono di rimanere in patria e aiutare gli altri a superare le difficoltà.

Maestre di vita

A parte l’alta considerazione di Celine Tendobi per il suo lavoro di ginecologa, il suo impegno a favore della comunità è sempre andato oltre il campo medico. Così, quando era ancora una studentessa universitaria, consapevole che le carenze educative riguardavano la maggior parte dei concittadini, lei e altre colleghe dedicavano il tempo libero a insegnare a leggere e scrivere a molte donne di Kindele.

Oggi lo ricorda con grande tenerezza. “Si tratta di una zona molto povera, dove le donne non sapendo nulla, non hanno la possibilità di progredire. Insegnavamo loro le nozioni più elementari: individuare le malattie infantili, cucire, cucinare, e soprattutto aver cura dell’igiene della casa e dei bambini”. Nel 1993, a soli 22 anni, Celine è stata nominata responsabile dell’educazione sanitaria e ambientale del municipio. Oggi, due decenni dopo, oltre che nel Centro Ospedaliero Monkole, lavora anche nel Dipartimento di ginecologia della clinica universitaria di Kinshasa. Secondo lei, ogni azione è poca cosa in un Paese nel quale la speranza di vita è di 48 anni e dove il 54% della popolazione ha meno di 15 anni.

  • Miguel Ángel Malavia / Vida Nueva